Una brutta firma

Aggiornato il: apr 28

Osservo la mia firma. E’ incerta, inutilmente svolazzante, senza personalità, decisamente brutta.

Guardo quei fogli e vorrei cestinarli, ristamparli e rifirmarli, ma non cambierebbe nulla.

La firma rimarrebbe sempre pessima.

Rileggo le clausole e mi soffermo sui miei dati. Sono corretti.

Scorro velocemente i primi sei punti. Li avevo già controllati e non mi sembrano variati.

Ho deciso, eppure indugio.

Strano. Non pensavo fosse così difficile separarsi.

Non è la prima volta che percorro quei passi, ma oggi è più difficile.

Sarà l’età, mi dico.

Ricontrollo l’ennesima volta e passo alle pagine destinate alla privacy. Le scorro superficialmente. Il “burocratese” non mi piace, ma è un passo indispensabile per suggellare il patto.

Osservo nuovamente la mia firma.

Sarà brutta, ma è parte di me.

Sospiro.

“E’ fatta!” mi dico.

Ciò che io chiamo “il figlio del covid” è pronto a lasciare il nido.

Scansione il tutto, preparo un messaggio elettronico, ringrazio per l’opportunità e clicco il tasto “invia”.

Mi aspettano mesi di lavoro e, probabilmente, “il figlio del covid” cambierà un po’ pelle, ma sarà sempre parte di me.

E’ il mio romanzo e verrà pubblicato.

Una brutta firma per un bel sogno

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