Strane amicizie parte 1


Un giorno le dissi che ero contenta della nostra amicizia.

Fu un momento assurdo. Non avevo ancora capito chi fosse veramente

Non era amicizia e me ne resi conto nel giro di poche settimane.

Era una persona disponibile e amava mostrare quel suo lato generoso. Ma la sua disponibilità si limitava quasi sempre alle sue competenze professionali.

Parlava spesso del suo lavoro. Ne parlava troppo.

Raccontava fin nei minimi particolari la sua giornata, tentando di farmi credere facesse tutto lei.

Parlava delle sue colleghe, di quanto le volessero bene.

Sparlava delle sue colleghe, di quanto fossero un fallimento come donne e come madri.

Fra noi era un gioco delle parti in cui lei era sempre l’unica protagonista.

Lei parlava, io ascoltavo.

Lei parlava tanto e io mi annoiavo a morte.

Terminava i suoi monologhi sempre con la stessa identica domanda “E tu come stai?”

Col tempo avevo capito che quella domanda, apparentemente gentile, nascondeva la ricerca di una confidenza da convertire in pettegolezzo.

Io, prosciugata da quel fiume di parole incontrollato e determinata a non cadere in quella trappola rispondevo con il solito laconico “Non mi lamento.” Balbettavo qualche frase su marito, figlio e lavoro fino a quando non percepivo il suo palese disinteresse.

Il tempo della mia narrazione era scaduto.

Da tempo abbiamo smesso di frequentarci.

Non abbiamo litigato. Affatto.

Continuo a vedere su Instagram le sue foto di gattini irriverenti e allegre brigate di donne ridanciane e lei mette like ai miei post che sicuramente non legge.

Non è cattiva, è solo egocentrica.

E’ alla continua ricerca di un nuovo pubblico silenzioso che le offra l’opportunità di raccontarsi ininterrottamente.

Sembra che dopo di me ne abbia incontrati molti e ne siamo liete entrambe.

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