Pagina di diario


L’ho vista e il mio sorriso si è aperto sotto la mascherina.

Ho preso la confezione migliore e con aria trionfante l’ho posata nel carrello della spesa.

Il marito ha ridacchiato “L’hai trovata” e io di rimando “Era ora”.

L’oggetto delle mie brame altro non era che l’uva fragola.

Il ricordo, un po’ Proustiano, lo ammetto, è legato alla focaccia con l’uva, che all’epoca veniva chiamata americana.

Ricordo ancora la panettiera di Via Montebello a Busto Arsizio che, a fine settembre metteva in vetrina quelle prelibatezze e io, con l’acquolina in bocca, ne acquistavo una. La donna, un po’ scorbutica, senza riguardo la infilava in una busta di carta che si macchiava subito di viola, io le allungavo mille lire e lei mi restituiva qualche monetina. Poi, felice, correvo a casa pregustandone il sapore.

Quanto adoravo quell’impasto farcito di acini, lo zucchero in superficie compattato dalla cottura, l’uva incastonata ovunque, i semini che mi finivano fra i denti, tutto quel sapore di autunno.

“Voglio preparare una focaccia” ho mormorato a me stessa, ma so già che il poco tempo e la tanta pigrizia me lo impediranno.

Quindi, mi sono accontentata di fare ciò che facevo da bambina, ovvero mordere la buccia e lasciare che la bocca si riempisse della polpa.

Non è un frutto prelibato e, oggi ammetto che l’uva bianca è di gran lunga più buona, però ogni autunno cerco il mio ricordo d'infanzia, lo addento con avidità e lascio che la mia mente torni al passato.

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