L'attesa

Aggiornato il: apr 28


Di seguito il racconto di Stefania Lusetti ammesso al concorso letterario "Racconti nella Rete 2021". Buona lettura

Il cuore stava danzando a un ritmo a lei sconosciuto, ma non ne era spaventata.

La sua preoccupazione era un’altra ed era quella la fonte del suo respiro pesante, del sudore freddo e del sangue rappreso sui pollici.

Con le unghie raspava le cuticole delle dita terminando il lavoro con i denti.

Erano trascorsi dieci minuti dal momento in cui l’infermiera aveva invitato suo figlio a seguirla.

«Posso venire anch'io?»

«Mamma, ti prego!»

Il camice bianco corse in soccorso del giovane.

«Suo figlio è maggiorenne» e poi, rivolgendosi a Pietro «vieni ragazzone, il dottore ti aspetta».

La donna, osservò il suo unico figlio lasciare la sala d’attesa e si sentì sconfitta. Aveva promesso a se stessa che lo avrebbe sempre protetto e che gli sarebbe stato accanto in ogni momento complicato che la vita gli avrebbe riservato, ma non c’era riuscita.

Naturale. C’erano eventi incontrollabili e imprevedibili e suo figlio era incappato in uno di questi.

Prese a sfogliare la rivista che aveva acquistato in mattinata cercando di concentrarsi sui titoli, ma i pensieri andavano oltre quella pagina, al di là del muro che la separava da Pietro.

Stava immaginandosi il colloquio con il medico, ipotizzando una serie di scenari nessuno dei quali confortanti.

Riprese a grattarsi la pelle delle dita mentre gli occhi inespressivi fissavano la stessa immagine del rotocalco da un tempo che non avrebbe mai saputo quantificare.

Si alzò abbandonando il settimanale sulla sedia e si avvicinò alla finestra. Un ciliegio in fiore era l’unico elemento gradevole dell’ampio parcheggio sottostante. Cominciò ad osservare la brulicante umanità muoversi verso quelle mura con il suo carico di preoccupazioni e ansie. Il suo sguardo si soffermò su una giovane coppia. Lei era incinta e a giudicare dal suo ventre ingrossato, probabilmente quel giorno stesso, sarebbe diventata mamma.

Tornò con la mente alla sua maternità, alle paure del parto e alla gioia provata nel momento in cui le diedero in braccio la sua creatura. Ingenuamente aveva creduto che da quel momento tutto sarebbe stato naturale, quasi semplice.

In pochi giorni, però, aveva compreso che la strada sarebbe stata tutta in salita. Le notti in bianco, i pianti suoi e del piccolo, i dubbi, la depressione. Ma poi arrivarono i sorrisi sdentati, le risate contagiose e interminabili, i primi passi e le prime parole.

Aveva quasi dimenticato di aver vissuto una vita prima di averne generata una.

Non erano mancati i momenti difficili, le paure, i nervosismi e i litigi.

Tornò ad osservare la giovane coppia che aveva ormai raggiunto l’ingresso della clinica. «In bocca al lupo» sussurrò a voce bassa.

Guardò l’orologio. Erano trascorsi trenta minuti e lei era sul punto di esplodere. Si infilò il dito martoriato in bocca e lo sgradevole sapore metallico del sangue la disturbò.

Cominciò a percorrere il corridoio.

L’attesa stava prosciugando la poca pazienza che le impediva di precipitarsi nella stanza dove suo figlio stava probabilmente ricevendo una sentenza più grande di lui e ciò le riaccese il panico che credeva di aver dominato. Raggiunse la porta dietro la quale il suo mondo iniziava e terminava ed era quasi sul punto di bussare quando la stessa si aprì e il giovane apparve. Tentò di decifrare il suo sguardo, ma non ci riuscì. Solo dopo qualche secondo il sorriso luminoso del ragazzo la rincuorò un poco.

«Andiamo a casa, mamma»

La donna sospirò e si osservò le cuticole arrossate.

Il cuore aveva ripreso a battere a un ritmo più regolare.

Uscirono dall'ospedale e raggiunsero la macchina parcheggiata sotto il ciliegio in fiore. In auto avrebbero parlato.

L’attesa era terminata e lei era pronta ad ascoltare.


Stefania Lusetti

Fotografia di Maria Orlova da Pexels



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