Impressioni di viaggio: New York, il gigante dai piedi d'argilla

Aggiornato il: apr 28


Se mi chiedessero cosa mi manca di più in questo periodo di pandemia risponderei, senza pensarci e senza dubbio alcuno, i viaggi. Faccio a meno della socializzazione, dei ristoranti, dei bar e sicuramente delle palestre, ma non degli aerei, dei treni, delle frontiere, dei mondi sconosciuti ai miei occhi. Pubblico volentieri e con nostalgia un ricordo di viaggio datato 1997, scritto, però, qualche anno dopo l'11 settembre.


Eccoci nella città insonne, il sogno americano per eccellenza.

La nostra mente intrisa di immagini cinematografiche

Metropoli poetica e infernale, indaffarata e divertente, delle emergenze e delle feste..

Tutto enorme, senza limiti, sproporzionato e al tempo stesso affascinante, intrigante,

seducente.

Cerchiamo di mimetizzarci fra i cittadini: è impossibile.

Siamo turisti e si vede. I nostri abiti, le nostre scarpe da tennis, l’immancabile zainetto Invicta tradiscono le nostre origini. Ma è soprattutto quell'espressione incredula ogni volta che alziamo gli occhi per cercare la fine degli edifici e l’inizio del cielo a renderci riconoscibili.

E’ il 1997: le due torri, ancora inviolate e apparentemente incrollabili, sentinelle alla Statua della Libertà e Ellis Island, simboli di speranza e spesso di delusione per chi sognava un nuovo mondo e veniva respinto dall’isola dei controlli.

I mille tiranti del ponte di Brooklyn, la guglia rilucente del Chrysler, la maestosità dell’Empire State Building, la sfida ingegneristica del Flatiron: tutto colpisce e stordisce, esagerato e sovradimensionato.

New York e l’illusione di essere lontana, invincibile, intoccabile.

Si è rialzata con vigore cercando di trasformare la celebrazione in oblìo, ma la mutilazione subita rimarrà eterna.


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